Le parole di papa Francesco erano molto attese. Da mesi sta cercando di imprimere il suo ritmo alla Chiesa italiana che, dopo evidenti lentezze, ora si sta riallineando.
L'occasione è l'assemblea della Cei dove per la prima volta, un papa prende la parola d'apertura anziché il cardinale presidente. E' una delle tante "prime volte" di questo papa che non perde occasione per dare una sferzata di nuovo e dissipare la polvere accumulata in anni di declino volto a inseguire logiche non sempre aderenti alle esigenze di Fede, a volte anche un declino culturale.
Il suo discorso è ampio – quasi una prolusione –, ricco di stimoli. Spiega che cosa si aspetta dalla Chiesa italiana, descrive l’identikit del pastore che traccia da oltre un anno: una persona sobria, lontana da mondanità, chiacchiere, consorterie, invidie, settarismi. Capace di spostarsi dall’ombra rassicurante del proprio campanile. E questo non vuol dire che non ci possano essere diversità di opinioni, perché se l’estremizzazione delle lacerazioni fa male alla Chiesa, allo stesso modo è rischiosa la tentazione di chi «vorrebbe difendere l’unità umiliando la diversità». La collegialità, lo «scambio di esperienze», la «tensione alla collaborazione», dovranno essere il sale della nuova Chiesa italiana.
Di tentazioni ai vescovi il papa Francesco ne elenca moltissime, quasi una ventina. Mette in guardia «dalla tiepidezza che scade nella mediocrità» e dalla «presunzione di chi si illude di far conto solo sulle sue forze» e sulla «abbondanza di risorse, strutture e strategie organizzative». Ma anche dal rischio di «accomodarsi nella tristezza che spegne l’attesa e la creatività e lascia incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente».
«Il popolo ci guarda», dice papa Francesco, e il programma che prospetta alla Chiesa italiana può essere letto come guida per i vescovi di tutto il mondo. Le parole più dure sono quelle che stigmatizzano la mancanza di unità che è «lo scandalo più grande», l’eresia che «dilania» la Chiesa. «Una questione vitale». E ora «è venuto il momento di dare a noi stessi e all’impegno nella vita ecclesiastica italiana un forte e rinnovato spirito di unità».
mercoledì 21 maggio 2014
Papa Francesco ai Vescovi Italiani
Le parole di papa Francesco erano molto attese. Da mesi sta cercando di imprimere il suo ritmo alla Chiesa italiana che, dopo evidenti lentezze, ora si sta riallineando.
L'occasione è l'assemblea della Cei dove per la prima volta, un papa prende la parola d'apertura anziché il cardinale presidente. E' una delle tante "prime volte" di questo papa che non perde occasione per dare una sferzata di nuovo e dissipare la polvere accumulata in anni di declino volto a inseguire logiche non sempre aderenti alle esigenze di Fede, a volte anche un declino culturale.
Il suo discorso è ampio – quasi una prolusione –, ricco di stimoli. Spiega che cosa si aspetta dalla Chiesa italiana, descrive l’identikit del pastore che traccia da oltre un anno: una persona sobria, lontana da mondanità, chiacchiere, consorterie, invidie, settarismi. Capace di spostarsi dall’ombra rassicurante del proprio campanile. E questo non vuol dire che non ci possano essere diversità di opinioni, perché se l’estremizzazione delle lacerazioni fa male alla Chiesa, allo stesso modo è rischiosa la tentazione di chi «vorrebbe difendere l’unità umiliando la diversità». La collegialità, lo «scambio di esperienze», la «tensione alla collaborazione», dovranno essere il sale della nuova Chiesa italiana.
Di tentazioni ai vescovi il papa Francesco ne elenca moltissime, quasi una ventina. Mette in guardia «dalla tiepidezza che scade nella mediocrità» e dalla «presunzione di chi si illude di far conto solo sulle sue forze» e sulla «abbondanza di risorse, strutture e strategie organizzative». Ma anche dal rischio di «accomodarsi nella tristezza che spegne l’attesa e la creatività e lascia incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente».
«Il popolo ci guarda», dice papa Francesco, e il programma che prospetta alla Chiesa italiana può essere letto come guida per i vescovi di tutto il mondo. Le parole più dure sono quelle che stigmatizzano la mancanza di unità che è «lo scandalo più grande», l’eresia che «dilania» la Chiesa. «Una questione vitale». E ora «è venuto il momento di dare a noi stessi e all’impegno nella vita ecclesiastica italiana un forte e rinnovato spirito di unità».
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento